Lungo il Fiume

TESTIMONI DI SPERANZA

Domani sarà l’ultima Domenica del tempo d’Avvento che, quest’anno, coincide con la Vigilia di Natale. Il pensiero va a questo periodo dell’anno che, come sempre, è trascorso tanto velocemente da non averlo potuto cogliere in tutta la sua portata. In realtà l’Avvento è il solo specifico cristiano, perché un tempo di digiuno e penitenza come la Quaresima lo condividiamo con l’islam, il tempo della Pasqua con l’ebraismo, ma l’attesa della venuta del Signore è solo cristiana. Solo noi cristiani attendiamo il ritorno di Cristo da Lui stesso promesso. E l’Avvento è il tempo dell’anno liturgico più eloquente per i credenti di oggi perché è il tempo della speranza. E noi siamo oggi più che mai uomini e donne che faticano a sperare perché privati di ogni speranza, a volte perfino incapaci di sperare. Nei prossimi giorni le nostre chiese si riempiranno in occasione del Natale. C’è da chiedersi se la nostra Comunità sarà capace di testimoniare la speranza. Le nostre liturgie, ampiamente partecipate, saranno in grado di dare ragioni per sperare a cuori stanchi e affaticati, capaci di risollevare quanti, come i discepoli di Emmaus, si fermano “con il volto triste”? Talvolta rischiamo di cadere nell’equivoco che la cura della liturgia consista nel riempirla di interventi, discorsi, parole di uomini, canzoncine fin troppo festanti al limite del superficiale, eccessive nei toni e negli accenti, quasi che si debba sempre e a ogni costo far festa. Ma a conti fatti, una volta terminate, simili liturgie non sono state capaci di suscitare la speranza, di nutrirla perché si sono concentrate in una celebrazione dell’immediato e non sono state in grado di indicare quelle realtà non visibili che, invece, sono la nostra salvezza. Che sia un Natale di speranza per tutti perché, come diceva S. Agostino, “solo la speranza nella vita eterna ci fa propriamente cristiani”!

UN ALTRO ANNO

L’ultima pagina del calendario dell’anno 2017 ha ormai le ore contate e si sta preparando ad essere strappata e lasciare il posto a quelle del nuovo anno ormai imminente. Per me è stato un anno importante, quello che si chiude, ricco di opportunità e di doni importanti e nel quale ho celebrato il venticinquesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale e, proprio nell’ultimo scampolo di questo mese, mi ha anche riservato la nomina a parroco di tre parrocchie! Questa sera, mentre fuori è buio e soffia un forte vento freddo, sento il desiderio di sostare qualche istante a riflettere sul tempo che sgocciola via in modo inesorabile. Quando sono stato ordinato sacerdote, ero ancora nel pieno delle attese, dei progetti, delle energie. Quanti passi, quante tappe, quante gioie e quante speranze in questo cammino! E quante persone ho avuto la gioia di conoscere e mi hanno poi accompagnato negli anni. E oggi mi ritrovo con i miei cinquant’anni compiuti, ricco di una storia di bene non certamente attribuibile ai miei scarsi meriti, ancora in salute, ma con la consapevolezza che è iniziato ormai il pomeriggio della vita e forse lo stesso crepuscolo. La parte più consistente in termini di aspettativa di vita se n’è andata! Inesorabile, come l’oscurità della notte, arriva anche il tramonto della nostra giornata terrena seguita dalla gelida sferzata della morte. Vivere bene ogni giorno, spendermi fino in fondo in questa stupenda avventura che ad ogni svolta riserva nuove e affascinanti opportunità, è l’obiettivo che mi sostiene in questo itinerario esistenziale. Perché, anche lo stesso uscire di scena, avvenga in modo semplice e naturale, come un felice tramonto di sole!

CULTURE AUTENTICHE… Ho letto in questi giorni un simpatico libro che aiuta a dilatare gli orizzonti del nostro modo di intendere la realtà in cui viviamo e ad aprire i confini un po’ ristretti delle nostre rivendicazioni identitarie. Si parla ancora molto di culture “autentiche”: ma, se per “autentico””intendiamo qualcosa che si è sviluppato in modo autonomo e che consiste di tradizioni locali antiche, libere da influssi esterni, bisogna affermare che non è rimasta nessuna cultura autentica sulla terra. Durante gli ultimi secoli, tutte le culture sono state trasformate da influenze globali tanto da renderle quasi irriconoscibili. Uno dei più interessanti esempi di questa globalizzazione è la cucina “etnica”. In un ristorante italiano ci aspettiamo di trovare spaghetti con salsa di pomodoro; in ristoranti polacchi o irlandesi, tante patate; in un ristorante argentino di poter scegliere tra dozzine di tipi di bistecche di manzo; in un ristorante indiano, il peperoncino incorporato in qualsiasi altra combinazione di spezie; e che in un caffè svizzero ci venga proposto un trionfo di cioccolato caldo con sopra una montagna di panna. Ma nessuno di questi alimenti è nato in realtà nei paesi citati. I pomodori, i peperoncini rossi e il cacao sono in origine tutti messicani; sono arrivati in Europa e in Asia solo dopo che gli spagnoli hanno conquistato il Messico. Gli spaghetti non sono nati in Italia e le patate sono arrivate in Polonia e in Irlanda non più di quattrocento anni fa. L’unica bistecca che si poteva ottenere in Argentina prima della scoperta dell’America era di lama. Se oggi possiamo gustare tante prelibatezze lo dobbiamo alle aperture – e non alle chiusure – culturali! Il bene per tutti arriva sempre dalle aperture e dall’integrazione. Le frontiere limitano il progresso e pregiudicano tante possibilità di sviluppo.

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